Capitolo4: Il paese delle meraviglie
*alice meraviglie inspire*
In questo mondo, nel mio, tutto è al contrario.
La realtà nel mondo che ci vogliono proporre ci inganna, non è altro che una menzogna: i buoni giocano il ruolo dei cattivi per proteggersi e i cattivi si fingono buoni per distruggerci.
Ma dentro di me… non c’è quest’ordine: tutto ha una controparte, dentro di me non esiste il male e il bene, entrambi hanno dentro di se tutte e due le prerogative.
Il mondo esterno mi vuole far credere che il dolore sia una parte negativa, vogliono che io faccia una vita superficiale ed edonista perchè mi vogliono tenere lontana dalla verità.
Io e la morte siamo innamorate dalla nascita, senza di lei io non mi sento viva, ma d'altronde anche per “gli altri” vivere non è altro che sopravvivere per la paura di morire se no non si darebbero così tanto da fare per girare come zombie facendo cose che non amano al solo scopo di non perdere la vita.
Tra le costole che ingabbiano il dolore tenendolo stretto vi erano delle ali variopinte come carta leggera che volteggiava in aria e un corpo che veniva sbattuto troppo velocemente.
Farfalle, a ciascuna potrei dare un nome. Vivevano li, dentro di me: ogni tanto dormivano, altre sognavano… e altre si trasformavano nel caos più totale.
Sbattevano così forte le ali da farmi ingoiare la saliva velocemente per paura potessero risalirmi la gola. E il cuore che palpitava li vicino, pareva inerme.
Per ognuna di essere potrei raccontare una storia ma da tempo esse erano scomparse. Ingoiate, quasi scacciate, totalmente svuotate dalla loro allegria: scomparse in oblio profondo. Divorate dal mio piccolo verme, anch'esso dentro di me. Ogni tanto, lo sbattere d'ali echeggia nell'intestino, ovattato, cupo quasi ingordo di farsi udire. Loro vivono li, di tanto in tanto si nutrono delle mie speranze, delle mie gioe, lasciandomi lo stomaco vuoto, privo di ogni emozione e sentimento.
[…]
Ma poi un battito d’ali mi colpì l'esofago… lei era riuscita a scappare. Ricordo anche il suo nome, ricordo ancora perchè si trovava li, la più furba, la più coraggiosa, la più audace… quella che riuscì a volare via. Era piccola, si chiamava Moimèy. Nome buffo per una farfalla, era rosa, un rosa forte con le ali scure quasi nere e degli occhi grandi e curiosi. Fino a quel giorno non aveva mai volato così in alto, non aveva mai provato a fuggire, era li nell’angolo insieme alle altre farfalle, forse più silenziosa delle altre. Ogni tanto dipingeva le pareti con il mio sangue, rendendomi triste e poi felice… Proprio come fa un arcobaleno. dopo un temporale. Non mangiava tanto, si nutriva di parole, di pensieri, di emozioni, di sentimenti, di sensazioni… una volta però ne ingoiai troppe, e per giunta non mie, esse la riempirono così tanto di stranezza che per non perire nel mio corpo dovette fuggire. La ricordo ancora bene, così allegra ma così misteriosa, sembrava una poesia con le ali variopinte d’argento e una scia quasi magica: eterea. Un piccolo vento di felicità. Sfuggì e nel cercare di acchiapparla la strinsi in mano, e la tenevo così stretta da soffocarla, e nel vedere la sua sofferenza allentai la presa ma nel farlo aprii troppo la mano e lei volò via. Ora dove era Moimèy? Come potevo continuare la mia esistenza con questo vuoto dentro lo stomaco? Ero dispersa. La cercai. Ovunque, in ogni insetto, in ogni stomaco, in ogni altra farfalla presente dentro di me, ma lei… lei non c’era più, era svanita… e forse per colpa mia…“
“Solo i folli possono amare, immersi da parole che scivolano nel silenzio…”
Trovo che nel mondo ci sia una gigante componente di ingiustiZia... se un bambino "vede i draghi" é solo un bambino con molta fantasia, da apprezzare... se crescendo continua a vederli viene considerato pazzo: da curare, da evitare. Se un bambino è sensibile e piange per una scena commuovente è un bambino emotivo: va bene, se lo fa da grande è un piagnucolone: non va bene. Se un bambino ha dei sogni va bene: sa quello che vuole. Quando cresce però tutti cercheranno di distruggergli e se lui continuerà comunque a inseguirli verrà considerato un fallito, un "sognatore": un illuso. Questa società ci riempie di sogni e c'è li togli non appena siamo in grado di metterli a fuoco e poterli realizzare. È come un enorme manipolazione, prima dici "che può" e poi gli togli tutto da un giorno al altro... e ti devi abituare, abituare al fatto che quando cresci devi perdere tutta la magia di quando eri bambino: l emozione, lo stupore, l innocenza, la scintilla negli occhi.
Diventare uno schifoso automa grigio.
Da piccolo puoi essere chi vuoi, un astronauta, una principessa, quando cresci se non fai quello che ti viene detto: quello che secondo la maggioranza è giusto secondo loro sei un coglione, un folle. Tutta questo è una tremenda ingiustiZia che tutti noi siamo costretti a vivere. Tanto vale non riempirci di sogni, tanto vale non farci crescere in quel mondo fatato dove tutto è possibile se poi volete sottrarcelo. Non insegnateci a essere felici se poi non possiamo esserlo, insegnateci a soffrire, a come incassare i colpi quando arriveranno, a reprimere i nostri sentimenti e omologarci perdendo così le nostre personalità: almeno sarebbe coerente. Se un adulto piange: debole, se lo fa un bambino: poverino. Come se quando cresci non vengono più rispettate le tue emozioni allora viene fuori l odio e dall' odio la frustrazione... e la sofferenza che non viene considerata si trasforma in repressione e la repressione in violenza. E tutto questo "mondo delle meraviglie" crolla... crolla in una bellissima bugia.
La realtà nel mondo che ci vogliono proporre ci inganna, non è altro che una menzogna: i buoni giocano il ruolo dei cattivi per proteggersi e i cattivi si fingono buoni per distruggerci.
Ma dentro di me… non c’è quest’ordine: tutto ha una controparte, dentro di me non esiste il male e il bene, entrambi hanno dentro di se tutte e due le prerogative.
Il mondo esterno mi vuole far credere che il dolore sia una parte negativa, vogliono che io faccia una vita superficiale ed edonista perchè mi vogliono tenere lontana dalla verità.
Io e la morte siamo innamorate dalla nascita, senza di lei io non mi sento viva, ma d'altronde anche per “gli altri” vivere non è altro che sopravvivere per la paura di morire se no non si darebbero così tanto da fare per girare come zombie facendo cose che non amano al solo scopo di non perdere la vita.
MOIMEY
…Notte, sofferenza, quella costrizione mista a sudore freddo, ansia, mania… battiti quasi impercettibili, come sussulti, come se qualcosa volesse scappare via. Tra le costole che ingabbiano il dolore tenendolo stretto vi erano delle ali variopinte come carta leggera che volteggiava in aria e un corpo che veniva sbattuto troppo velocemente.
Farfalle, a ciascuna potrei dare un nome. Vivevano li, dentro di me: ogni tanto dormivano, altre sognavano… e altre si trasformavano nel caos più totale.
Sbattevano così forte le ali da farmi ingoiare la saliva velocemente per paura potessero risalirmi la gola. E il cuore che palpitava li vicino, pareva inerme.
Per ognuna di essere potrei raccontare una storia ma da tempo esse erano scomparse. Ingoiate, quasi scacciate, totalmente svuotate dalla loro allegria: scomparse in oblio profondo. Divorate dal mio piccolo verme, anch'esso dentro di me. Ogni tanto, lo sbattere d'ali echeggia nell'intestino, ovattato, cupo quasi ingordo di farsi udire. Loro vivono li, di tanto in tanto si nutrono delle mie speranze, delle mie gioe, lasciandomi lo stomaco vuoto, privo di ogni emozione e sentimento.
[…]
Ma poi un battito d’ali mi colpì l'esofago… lei era riuscita a scappare. Ricordo anche il suo nome, ricordo ancora perchè si trovava li, la più furba, la più coraggiosa, la più audace… quella che riuscì a volare via. Era piccola, si chiamava Moimèy. Nome buffo per una farfalla, era rosa, un rosa forte con le ali scure quasi nere e degli occhi grandi e curiosi. Fino a quel giorno non aveva mai volato così in alto, non aveva mai provato a fuggire, era li nell’angolo insieme alle altre farfalle, forse più silenziosa delle altre. Ogni tanto dipingeva le pareti con il mio sangue, rendendomi triste e poi felice… Proprio come fa un arcobaleno. dopo un temporale. Non mangiava tanto, si nutriva di parole, di pensieri, di emozioni, di sentimenti, di sensazioni… una volta però ne ingoiai troppe, e per giunta non mie, esse la riempirono così tanto di stranezza che per non perire nel mio corpo dovette fuggire. La ricordo ancora bene, così allegra ma così misteriosa, sembrava una poesia con le ali variopinte d’argento e una scia quasi magica: eterea. Un piccolo vento di felicità. Sfuggì e nel cercare di acchiapparla la strinsi in mano, e la tenevo così stretta da soffocarla, e nel vedere la sua sofferenza allentai la presa ma nel farlo aprii troppo la mano e lei volò via. Ora dove era Moimèy? Come potevo continuare la mia esistenza con questo vuoto dentro lo stomaco? Ero dispersa. La cercai. Ovunque, in ogni insetto, in ogni stomaco, in ogni altra farfalla presente dentro di me, ma lei… lei non c’era più, era svanita… e forse per colpa mia…“
Gli artisti hanno un potere di plasmare la realtà come una loro creazione.
Sono creatori e distruttori, anche di se stessi.
Angeli e demoni.
Insicuri e sicuri.
Sono anime invisibili con il dono più grande; e spesso sono visti come "sbagliato".
Chi è speciale è diverso, chi è diverso viene riconosciuto come sbagliato, per questo tutti vivono ancora nelle loro infelicità primitive.
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